Giocare a dama nella scuola

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La ricerca pedagogica non è certamente priva dei migliori apporti conoscitivi sulla funzionalità dell'attività ludica nel periodo di maggiore crescita dell'essere umano. Il principio della sua più piena appartenenza al processo di formazione è stato affermato a più riprese, senza tema di smentite. E' avvenuto però, nella generalità della sia pur seria trattazione, che qualche aspetto, non del tutto marginale, sia stato negletto.

L'aspetto storico del gioco e non solo quello sociale, ad esempio, è stato poco rappresentato ed evidenziato. Come se, parlando di storia dei Romani o degli Egizi, quello che dovrebbe interessare gli alunni di un qualsiasi tipo di scuola, fosse solo il libero susseguirsi li eventi, l'avvicendarsi alterno di guerre e battaglie piuttosto che l'ingenuo trastullo di giovani e infanti, affidati alle cure di attente nutrici e di operosi maestri. Né sembra che preoccupi, in una società molto tecnicizzata, di saperne cogliere l'esatta portata o l'incidenza didattica che possa comunque consentire una pratica di studio, riferita di preferenza al primo e più importante carattere di gioco, la piacevolezza del fare.
A livello di scuola, poi, sebbene siano stati tanti a perorare una metodologia chiaramente conformata a una attività di sicura resa motivazionale, grava, ancora oggi, il pesante e oneroso pregiudizio che chi gioca e si diverte, consuma il suo tempo senza alcun merito e operosità.
L'incalzare, infine, di sempre più nuovi ritrovati, per la meccanica dei giocattoli, instaura un rapporto di sempre minorile sul piano della intellettualità per cui ci si adopera più a sbalordire che a interessare, a sorprendere più che a coinvolgere.
Il gioco della dama, di origini assai remote, offre infinite risorse per il potenziamento delle capacità logiche. Antico quanto l'antica Roma e più ancora, infatti presso i popoli latini tale pratica viene definita con un proprio nome assai suggestivo, «ludus latruncolorum», quasi a volerne mettere in risalto la capacità tutta intuitiva dei praticanti. E pensare che J.S. Bruner in una recensione del libro «I bambini insegnano ai bambini» di autori vari, afferma: i nostri figli «imparano l'uno dall'altro a giocare a dama o a scacchi, cosa che non avverrebbe se le autorità scolastiche comprendessero veramente il valore matematico di queste attività e per prime inducessero a farne uso nella scuola».

Processo di formazione e gioco della dama

La semplicità di tale gioco non deve far pensare che la dama sia «il parente povero» di giochi analoghi assai complessi. Gli elementi sostitutivi della stessa pratica sono vari, non tanto per l'artificiosità del suo regolamento, ma per l'infinita varietà di combinazioni e schemi da proporsi gradualmente a seconda dell'età e la maturità logico‑mate matica degli iniziati.
Ciò proprio perché il gioco della dama sviluppa l'attitudine a giudicare obiettivamente e invita alla prudenza. Avvia, cioè, all'uso di una saggezza che il Maritain direbbe pratica, operativa.
Abitua a riflettere prima di agire e ciò costituisce il miglior fondamento per un'educabilità dell'intelligenza.
Se si pensa, poi, che la riflessione è uno dei tre elementi insieme ai giudizio e all'appetitività di volizione, nella formazione umana, si può a giusta ragione ritenere che la dama, quale attività ludica, avvia e integra i processi dell'intera formazione.
E' una pratica di educazione, insomma, che si realizza su tre livelli: istruzione, formazione e risveglio della buona disponibilità sostenuta da una forte volontà. Infatti, il gioco della dama rafforza con la prescrittività delle sue regole, la capacità di volizione.
Ora, è fuori discussione che se si vuole assicurare la formazione di questa facoltà prudenziale in un individuo, è necessario poter esercitare la nostra influenza sulle tre funzioni costitutive: la deliberazione, il giudizio, la volizione.
Il Iiriekemans così afferma: «Vi sono persone che non si danno né il tempo né la pena di deliberare: decidono senza riflettere.
Ciò può dipendere dal temperamento ed è un pericolo cui è esposto di preferenza l'adolescente.
Altri deliberano troppo lentamente o troppo a lungo, anche quando si tratti di decisioni di importanza irrilevante. (...)
Alcuni sono predisposti allo scrupolo: ed è caratteristico degli scrupolosi non poter passare dalla deliberazione al giudizio, o forse meglio, dal giudizio alla decisione reale».
Asserire ora, che il gioco damistico entra in merito nella facoltà di tali accezioni è, a dir poco incontrovertibile.
Basta aggiungere che incentiva la facoltà di presentire gli sviluppi futuri del gioco o ne fa penetrare i motivi della condotta altrui.
Lo stesso dicasi per la elaborazione attitudinale dell'intelligenza nel confrontare situazioni e combinazioni di somiglianza o di dissomiglianza che si evincono direttamente dalla visione globale del gioco. Il grado di volizione operata per pratica ludica afferente la dama, è altamente condensato in quegli impulsi decisi e determinati per l'ottenimento di una pedina damata.
Ancora Kriekemans afferma: «La volizione è l'intimazione alla volontà di impiegare il mezzo prescelto. La più importante delle tre attività che costituiscono la prudenza è il comando, «fai questo», in virtù del quale si applica alla realizzazione il risultato della deliberazione e del giudizio e la prudenza è resa effettiva (...). Un compito importantissimo della formazione è quello di tradurre conseguentemente la conoscenza in azioni deliberatamente volute.
La pratica di tale gioco alimenta non pochi aspetti di carattere socio‑culturale.
Si richiede infatti, per chi è adulto in tale conoscenza, un primo e fortemente marcato senso di sé e di chi viene designato per avversario.
Ciò è tanto più vero, quanto è più esatto attendersi, in età per esempio adolescenziale, un susseguirsi di vari impulsi, finalizzati al solo scopo di abbattere e di travolgere e poi demordere al primo impatto e alla prima resistenza.
Un impegno, un esercizio continuo, per tale attività, abitua ad attendere, a pazientare, a preparare con lucidità di mente uno schema, una successione di trame, condotte tutte per il conseguimento del migliore risultato finale.
Un avventato giudizio, infatti, può precludere tale possibilità, per farla subito ricadere a solo vantaggio dell'avversario.
Non ci può essere migliore forma di «canalizzazione», per dirla con Bergson, se non quella operata per propria libera scelta in un pullulare continuo di mille impulsi e sensazioni.
Certo è, che la piacevolezza di questo gioco ha nel tempo nutrito la fantasia di più cultori, fino ad alimentare una ricca e varia aneddotica, legata a particolari schemi e trovate, concepiti per la migliore risoluzione di una giocata.
Per una più approfondita conoscenza della dama, il mercato del libro non è privo di buone letture.
Franzioni e Maccagni valgono per tutti ed è proprio quest'ultimo che afferma con dovizia di particolari che tale gioco è antichissimo: taluni lo fanno risalire agli Egizi, altri ai Greci, altri ancora ai Romani. Per i Greci si fa addirittura il nome dello scopritore del gioco. Palamede, cui la leggenda attribuisce l'invenzione dell'alfabeto e dei numeri. Palamede era un eroe greco alla guerra di Troia, e di fantasia in fantasia, si potrebbe immaginare che altri personaggi tramandatici dalla leggenda abbiano avuto a che fare col gioco della dama.
Ma, lasciando stare la fantasia, dove finisce la leggenda e incomincia la storia?
Presso i Romani sembra proprio che il gioco abbia prosperato. Non era, certamente, identico in tutto alla forma moderna. Ma evidentemente aveva già subito trasformazioni rispetto a forme primitive. Anche se le cronache non sono molto eloquenti in merito, si ha ragione di ritenere che i patrizi romani vi si cimentassero assai volentieri e che le stesse ingioiellate matrone non disdegnassero di ingentilirlo, per svago e curiosità.
Da allora, il gioco della dama ha percorso molto cammino, si è a poco a poco perfezionato. Prima gli spagnoli, nel 500 e nel 600, poi gli inglesi nel 700, ne tracciarono
le linee teoriche fondamentali, rendendole note attraverso pubblicazioni. Poi entrarono in lizza gli italiani.
Sono del 1830 i primi studi e il primo trattato di dama in Italia. E in seguito, forti dell'assimilazione della tecnica inglese e dell'apporto di originali nostri studiosi anche gli italiani divennero eccellenti cultori del gioco.
Negli ultimi tempi, poi, per il forte impulso dato allo sviluppo della teoria, il livello tecnico del damismo nostrano ha assunto una rilevanza notevole.
«L'attività damistica nazionale, comunque, è risorta nel 1958 sotto gli auspici del l'E.N.A.L. e serve a tenere desto l'interesse del gioco negli appassionati organizzando annualmente importanti manifestazioni, che vanno dalle gare a carattere strettamente tecnico e riservate quindi agli esperti, ai tornei di propaganda, provinciali, regionali e anche nazionali.
Di sapore tutto particolare sono poi le sfide a squadre fra città e città e le partite «simultanee».
Non si può purtroppo dire, tra scuola e scuola; come se per gli alunni, sia pure di tenera età, tale pratica non fosse attuabile o desiderabile, mentre si sa che il giovane, il fanciullo aprendole altrove, giustapponendo due tipi di insegnamento, uno arrogante e ingiuntivo, quello imposto comunque, e l'altro libero, volontario, disinteressato che avviene per strada, e solo a contatto con gli altri.

DALLA RIVISTA SCOLASTICA "I DIRITTI DELLA SCUOLA" NOV. 1988
Giocare a scuola - Domenico Sateriano

 

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